Chissà se qualcuno, in Italia, riprenderà (e magari commenterà) questi numeri sulla politica dell'immigrazione del presidente Democratico degli Stati Uniti, Barack Obama: "Circa 393mila persone sono state deportate (dagli Stati Uniti d'America, ndr) nell'anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2010, la metà delle quali ha commesso crimini, secondo una recente analisi della Associated Press. Il rapporto, che cita dati dello US Immigration and Customs Enforcement (ICE), afferma che 27.635 persone sono state deportate dopo aver ricevuto citazioni giudiziarie per guida in stato di ebbrezza, a fronte di 10.851 persone nell'ultimo anno completo sotto l'Amministrazione Bush". E ancora: "13.028 persone sono state deportate per violazioni meno gravi del codice della strada, ovvero tre voltre il numero (4.527) di quanti erano stati deportati due anni prima". (Fonte: Christian Science Monitor)
Siamo a circa 1.100 immigrati deportati al giorno dagli Stati Uniti, insomma. Ma al di là di questi numeri, che non dovrebbero stupire troppo chi segue le vicende delle politiche dell'immigrazione americana al netto di tanta retorica fatta sul presidente Democratico, la domanda interessante è un'altra: non è che Obama, dietro questo volto di ferro, stia in realtà nascondendo un sostanziale appeasement nei confronti dei datori di lavoro di immigrati irregolari? Secondo i Repubblicani, infatti, mentre aumentano le deportazioni per infrazioni al codice della strada (!), sarebbero diminuiti i controlli sui posti di lavoro. Da verificare.
domenica 24 luglio 2011
mercoledì 29 settembre 2010
Italia, RIP?
Su Immigration Talk ho dato conto di un interessante articolo apparso nelle scorse settimane sul Wall Street Journal a firma Giulio Meotti. Ora Neodemos torna su quell'articolo, correggendo alcuni dei dati citati dal quotidiano americano alla luce delle ultime rivelazioni Istat. Il contribuito, a firma di Marco Marsili, è sicuramente da leggere. Ecco lo stato dell'arte più aggiornato sulla situazione italiana:
Per chi volesse, c'è anche un "piccolo vademecum" su giornalismo e demografia.[…] Meotti scrive che il numero medio di figli per donna in Italia sarebbe oggi pari a 1,3. Secondo le ultime stime Istat, esso risulta invece pari a 1,41 (anno 2009). Una differenza non di poco conto se si considera, inoltre, che l'indicatore è in crescita rispetto ai livelli della metà degli anni '90.
Si sostiene che 35 anni fa, quindi nel 1975, la popolazione residente di età 0-4 anni risultava pari al 9%: secondo i dati Istat era invece pari all'8%.
Si sostiene che oggi (ma non si dice in che momento preciso) la medesima popolazione rappresenti il 4,2% del totale. Secondo i dati Istat la popolazione di 0-4 anni risulta pari al 4,7% al 1.1.2009.
Si sostiene che il calo di popolazione sia concentrato soprattutto nel Centro-nord, ossia nella parte più ricca e industrializzata del Paese. Sta già accadendo e, verosimilmente accadrà in futuro, esattamente il "contrario" di tale affermazione. Il Centro-nord, pur se oggi caratterizzato da un maggior invecchiamento della popolazione rispetto al Mezzogiorno, non è affatto in declino numerico. Va ricordato che l'Italia ha superato la soglia dei 60 milioni di residenti lo scorso anno, grazie soprattutto all'immigrazione e, pertanto, grazie proprio alle regioni centro-settentrionali. Ma di tutto ciò, soprattutto per quel che riguarda la trasformazione dell’Italia in Paese di accoglienza e dell’importante prospettiva dei cosiddetti “nuovi italiani", nell’articolo non viene fatta menzione. […]
Taccuino / 1
- Leggendo gli ultimi dati sull'immigrazione australiana, si scopre che i nuovi arrivati possono essere persino attori della politica monetaria di un Paese (The Age, "Immigration plunges without politics", 29 settembre)
- L'ex primo ministro australiano John Howard a tutto campo: sui caratteri salienti dell'"anglosfera", l'integrazione degli immigrati, e la differenza tra "multiracialism" e "multiculturalism" (The Australian, "Free world must hold firm on cultural identity in battle against terrorism", 29 settembre)
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martedì 14 settembre 2010
Taccuino (numero zero)
Appunti che resteranno, forse, dalla lettura dei giornali.
- Domenica, per la prima volta, in Svezia potrebbe essere eletto in Parlamento il rappresentante di un partito che si batte apertamente per ridurre il flusso di immigrati all'ingresso del paese scandinavo. Parola dell'International Herald Tribune ("Anti-immigrant party rises in Sweden", 13 settembre 2010).
- Cosa si intende per "Grande Migrazione"? Isabel Wilkerson, giornalista già vincitrice del premio Pulitzer, nel suo ultimo libro ricorda che "tra 1915 e 1918 cinquecentomila neri lasciarono il Sud degli Stati Uniti; 1,3 milioni tra 1920 e 1930. [...] Negli anni Settanta, dopo che la battaglia per i diritti civili abrogò le leggi Jim Crow e la Grande Migrazione si interruppe, sei milioni di persone avevano lasciato la propria casa". Recensione sul New Yorker ("The Uprooted", 6 settembre 2010).
- 2010, fuga dalla Grecia (International Herald Tribune, "Young Greeks seek options elsewhere", 14 settembre 2010).
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venerdì 10 settembre 2010
Se mi aiuti, emigro
Il titolo - "Se mi aiuti, emigro" - l'ho ripreso alla lettera da un articolo apparso sul sito di economisti Lavoce.info. Un titolo efficace, messo in cima a un articolo piuttosto documentato di Filippo Belloc e Antonio Nicita. La tesi di fondo non è nuovissima, almeno per chi studia da tempo gli spostamenti di popolazione, ma è sempre bene ricordarla. I forti investimenti nei Paesi in via di sviluppo sono infatti visti quasi universalmente (e aggiungerei, correttamente) come l'unica strategia che possa in qualche modo contenere gli spostamenti coatti di persone attraverso i confini. Quello che spesso non si dice, però, è che questi stessi aiuti allo sviluppo, soprattutto nel breve periodo, possono ottenere il risultato opposto: più l'Europa investe nel continente africano, per dirla brevemente, più gli Africani decideranno di varcare il Mediterraneo per stabilirsi nel Vecchio continente. Non ci credete? Ecco le due motivazioni principali di questo apparente paradosso:
La prima si riferisce alla circostanza che anche i migranti rispondono agli incentivi. In un contesto di estrema povertà, un piccolo aumento dei redditi individuali generato dagli aiuti può non esser sufficiente a garantire permanentemente uno standard di vita sostenibile per la propria famiglia. Al contrario, quel piccolo aumento di reddito può generare (poche) risorse sufficienti per emigrare, affrontando così i costi di spostamento per trovare una fonte di reddito in Europa, finanziando poi la famiglia con un flusso di rimesse. Ciò è ancor più vero per coloro che fuggono da regioni infestate dalla guerra. Un dato peraltro confermato dal fatto che i paesi con maggiori flussi migratori non sono i più poveri in assoluto, ma quelli che, proprio grazie agli aiuti, vedono migliorare il reddito pro-capite. La seconda ragione è più complessa e si riferisce alla natura multidimensionale dei fenomeni migratori. Secondo diversi autori, la scelta di emigrare sarebbe sempre più guidata dalla percezione della povertà relativa, piuttosto che dalla povertà assoluta. Gli aiuti internazionali associati a programmi di sviluppo delle telecomunicazioni, delle reti commerciali internazionali e delle opportunità di lavoro all’estero, tenderebbero ad amplificare l’attrattività della vita nei paesi sviluppati, specie in quelli caratterizzati da minori livelli di diseguaglianza e disoccupazione, nei quali la domanda di immigrati serve a coprire mestieri altrimenti scoperti.Ciò ovviamente non vuol dire che gli aiuti vadano eliminati. Piuttosto:
Il ruolo della politica internazionale deve allora essere rilanciato e gli aiuti internazionali amministrati con estrema cautela e controllo. Le relazioni economiche bilaterali lungo le quali corrono importanti flussi di aiuti economici privilegiano risultati di breve periodo (come partenariati commerciali e commesse per le proprie imprese), ma nascondono inattesi effetti indiretti. Ecco perché una politica unitaria europea, ad esempio, che si ponga responsabilmente al centro delle politiche migratorie e di aiuto internazionale, sarebbe cruciale e vincente sotto molti punti di vista.
giovedì 9 settembre 2010
Controintuizioni sull'ostilità dell'opinione pubblica verso gli immigrati
Una delle teorie che più mi ha colpito studiando il caso australiano, è quella che discende dallo studio - da parte di analisti come Katharine Betts - delle serie storiche dei sondaggi nell'opinione pubblica: una politica "ferma" sull'immigrazione - o apparentemente restrittiva - va spesso a braccetto con un tasso inferiore di ostilità degli autoctoni nei confronti degli immigrati.
L'ultimo sondaggio in materia, pubblicato dal Financial Times, sembra grossomodo avallare questa osservazione. "Più di 6 Inglesi su 10 - scriveva lo scorso 6 settembre il quotidiano della City - ritengono che l'immigrazione nel Regno Unito stia diminuendo la qualità della vita. Il che suggerisce, secondo l'analisi demoscopica realizzata, che gli inglesi siano più ostili nei confronti degli immigrati di quanto non siano le persone di Francia, Germania, Spagna o Italia". Qual è lo Stato che segue subito dopo in quanto a tasso di "ostilità" nei confronti dei nuovi arrivati? La tollerantissima e socialisteggiante Spagna. A Madrid la disoccupazione è attorno al 20 per cento, e forse qualche legame con l'attuale atteggiamento dell'opinione pubblica nei confronti degli immigrati c'è.
Sorpresa: Italia e Francia, nelle ultime settimane al centro delle polemiche della carta stampata per alcune loro scelte in materia di immigrazione - definite eccessivamente restrittive, per usare un eufemismo - risultano meno ostili di altri Stati europei. La fermezza, forse, è l'anticamera della ragionevolezza?
L'ultimo sondaggio in materia, pubblicato dal Financial Times, sembra grossomodo avallare questa osservazione. "Più di 6 Inglesi su 10 - scriveva lo scorso 6 settembre il quotidiano della City - ritengono che l'immigrazione nel Regno Unito stia diminuendo la qualità della vita. Il che suggerisce, secondo l'analisi demoscopica realizzata, che gli inglesi siano più ostili nei confronti degli immigrati di quanto non siano le persone di Francia, Germania, Spagna o Italia". Qual è lo Stato che segue subito dopo in quanto a tasso di "ostilità" nei confronti dei nuovi arrivati? La tollerantissima e socialisteggiante Spagna. A Madrid la disoccupazione è attorno al 20 per cento, e forse qualche legame con l'attuale atteggiamento dell'opinione pubblica nei confronti degli immigrati c'è.
Sorpresa: Italia e Francia, nelle ultime settimane al centro delle polemiche della carta stampata per alcune loro scelte in materia di immigrazione - definite eccessivamente restrittive, per usare un eufemismo - risultano meno ostili di altri Stati europei. La fermezza, forse, è l'anticamera della ragionevolezza?
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mercoledì 8 settembre 2010
I numeri del declino demografico italiano
Sul Wall Street Journal di ieri, martedì 7 settembre, Giulio Meotti, giornalista del quotidiano italiano il Foglio, passa in rassegna alcuni utili dati sulle tendenze demografiche in Italia:
[...] The number of births has been outpaced by the number of deaths every year since 1994. This Catholic country that has always been stereotyped as the land of big, close-knit families, has attained one of the world's lowest levels of fertility. In the 1960s, the overall fertility rate was two children per couple. We are now at what demographers call "lowest-low" fertility: 1.3 births per woman. James Vaupel, director of the Max Planck Institute for Demographic Research in Germany, estimates that if the current trend continues, Italy's population could drop to 10 million by the end of this century, one-sixth of today's population. [...] Italy is not alone in committing demographic suicide. There is not a single country in Europe where people are having enough children to replace themselves. But Italy is the first country in the world to experience what is known as "the crossing-over", where the number of people who are over 60 exceeds the number of those who are under 20.
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