venerdì 10 settembre 2010

Se mi aiuti, emigro

Il titolo - "Se mi aiuti, emigro" - l'ho ripreso alla lettera da un articolo apparso sul sito di economisti Lavoce.info. Un titolo efficace, messo in cima a un articolo piuttosto documentato di Filippo Belloc e Antonio Nicita. La tesi di fondo non è nuovissima, almeno per chi studia da tempo gli spostamenti di popolazione, ma è sempre bene ricordarla. I forti investimenti nei Paesi in via di sviluppo sono infatti visti quasi universalmente (e aggiungerei, correttamente) come l'unica strategia che possa in qualche modo contenere gli spostamenti coatti di persone attraverso i confini. Quello che spesso non si dice, però, è che questi stessi aiuti allo sviluppo, soprattutto nel breve periodo, possono ottenere il risultato opposto: più l'Europa investe nel continente africano, per dirla brevemente, più gli Africani decideranno di varcare il Mediterraneo per stabilirsi nel Vecchio continente. Non ci credete? Ecco le due motivazioni principali di questo apparente paradosso:  
La prima si riferisce alla circostanza che anche i migranti rispondono agli incentivi. In un contesto di estrema povertà, un piccolo aumento dei redditi individuali generato dagli aiuti può non esser sufficiente a garantire permanentemente uno standard di vita sostenibile per la propria famiglia. Al contrario, quel piccolo aumento di reddito può generare (poche) risorse sufficienti per emigrare, affrontando così i costi di spostamento per trovare una fonte di reddito in Europa, finanziando poi la famiglia con un flusso di rimesse. Ciò è ancor più vero per coloro che fuggono da regioni infestate dalla guerra. Un dato peraltro confermato dal fatto che i paesi con maggiori flussi migratori non sono i più poveri in assoluto, ma quelli che, proprio grazie agli aiuti, vedono migliorare il reddito pro-capite. La seconda ragione è più complessa e si riferisce alla natura multidimensionale dei fenomeni migratori. Secondo diversi autori, la scelta di emigrare sarebbe sempre più guidata dalla percezione della povertà relativa, piuttosto che dalla povertà assoluta. Gli aiuti internazionali associati a programmi di sviluppo delle telecomunicazioni, delle reti commerciali internazionali e delle opportunità di lavoro all’estero, tenderebbero ad amplificare l’attrattività della vita nei paesi sviluppati, specie in quelli caratterizzati da minori livelli di diseguaglianza e disoccupazione, nei quali la domanda di immigrati serve a coprire mestieri altrimenti scoperti.
Ciò ovviamente non vuol dire che gli aiuti vadano eliminati. Piuttosto:
Il ruolo della politica internazionale deve allora essere rilanciato e gli aiuti internazionali amministrati con estrema cautela e controllo. Le relazioni economiche bilaterali lungo le quali corrono importanti flussi di aiuti economici privilegiano risultati di breve periodo (come partenariati commerciali e commesse per le proprie imprese), ma nascondono inattesi effetti indiretti. Ecco perché una politica unitaria europea, ad esempio, che si ponga responsabilmente al centro delle politiche migratorie e di aiuto internazionale, sarebbe cruciale e vincente sotto molti punti di vista.

giovedì 9 settembre 2010

Controintuizioni sull'ostilità dell'opinione pubblica verso gli immigrati

Una delle teorie che più mi ha colpito studiando il caso australiano, è quella che discende dallo studio - da parte di analisti come Katharine Betts - delle serie storiche dei sondaggi nell'opinione pubblica: una politica "ferma" sull'immigrazione - o apparentemente restrittiva - va spesso a braccetto con un tasso inferiore di ostilità degli autoctoni nei confronti degli immigrati.

L'ultimo sondaggio in materia, pubblicato dal Financial Times, sembra grossomodo avallare questa osservazione. "Più di 6 Inglesi su 10 - scriveva lo scorso 6 settembre il quotidiano della City - ritengono che l'immigrazione nel Regno Unito stia diminuendo la qualità della vita. Il che suggerisce, secondo l'analisi demoscopica realizzata, che gli inglesi siano più ostili nei confronti degli immigrati di quanto non siano le persone di Francia, Germania, Spagna o Italia". Qual è lo Stato che segue subito dopo in quanto a tasso di "ostilità" nei confronti dei nuovi arrivati? La tollerantissima e socialisteggiante Spagna. A Madrid la disoccupazione è attorno al 20 per cento, e forse qualche legame con l'attuale atteggiamento dell'opinione pubblica nei confronti degli immigrati c'è.

Sorpresa: Italia e Francia, nelle ultime settimane al centro delle polemiche della carta stampata per alcune loro scelte in materia di immigrazione - definite eccessivamente restrittive, per usare un eufemismo - risultano meno ostili di altri Stati europei. La fermezza, forse, è l'anticamera della ragionevolezza?

mercoledì 8 settembre 2010

I numeri del declino demografico italiano

Sul Wall Street Journal di ieri, martedì 7 settembre, Giulio Meotti, giornalista del quotidiano italiano il Foglio, passa in rassegna alcuni utili dati sulle tendenze demografiche in Italia:
[...] The number of births has been outpaced by the number of deaths every year since 1994. This Catholic country that has always been stereotyped as the land of big, close-knit families, has attained one of the world's lowest levels of fertility. In the 1960s, the overall fertility rate was two children per couple. We are now at what demographers call "lowest-low" fertility: 1.3 births per woman. James Vaupel, director of the Max Planck Institute for Demographic Research in Germany, estimates that if the current trend continues, Italy's population could drop to 10 million by the end of this century, one-sixth of today's population. [...] Italy is not alone in committing demographic suicide. There is not a single country in Europe where people are having enough children to replace themselves. But Italy is the first country in the world to experience what is known as "the crossing-over", where the number of people who are over 60 exceeds the number of those who are under 20.

martedì 7 settembre 2010

Le ragioni del Colonnello Gheddafi

Chi scrive non ha in simpatia il dittatore libico, Muammar Gheddafi, che anche quando chiude "buoni" affari con l'Italia, resta un autocrate spietato dal passato truculento e dal presente poco conosciuto. Eppure Mario Deaglio, sulla Stampa, fa bene a prendere sul serio alcune delle parole di Gheddafi, in particolare quelle in materia di immigrazione.

Ecco cosa ha scritto tra l'altro Deaglio sulla Stampa del 1 settembre:
[...] E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione. Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa "nera", ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano "nero" per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani "neri" per ogni europeo saranno quasi due.

La popolazione africana "nera" cresce infatti di oltre 20 milioni l’anno e per conseguenza raggiungerà il miliardo nel 2017, nel 2020 sarà attorno a un miliardo e 80 milioni, nel 2030, in un’ipotesi media di crescita, circa 1.300 milioni. La popolazione europea rimarrà stazionaria fino al 2020 e comincerà a perdere oltre un milione di persone l’anno dopo quella data. Queste cifre già lasciano supporre che la popolazione dell’Africa sub-sahariana sia, dal nostro punto di vista, incredibilmente giovane, e le cose stanno effettivamente così: circa il 60 per cento degli africani "neri" ha meno di 25 anni mentre appena l’8 per cento ne ha più di 65; in Europa i dati corrispondenti sono pari a circa la metà per i giovani - che sono quindi il 30 per cento del totale - e circa il doppio per gli anziani, pari al 16 per cento del totale. Questo divario è destinato a peggiorare in maniera abbastanza sensibile nei prossimi due o tre quinquenni. [...]
Una dinamica demografica di questo tipo non può che riflettersi sui flussi migratori:
[...] In confronto a noi gli africani "neri" sono mediamente poverissimi, vivono in una realtà in cui spesso è presente la guerra, sono assillati dall’Aids, in buona parte soffrono la fame, hanno un reddito per abitante (per quello che può valere questa misura) stimato attorno agli 800 - 1500 dollari contro i 30-40 mila dollari degli europei. Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso. [...]
Ergo, se si intende essere un minimo realisti (e responsabili):
[...] Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa. L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. [...]

martedì 6 luglio 2010

La Libia, gli eritrei e la politica italiana

250 persone di nazionalità eritrea sarebbero al momento rinchiuse in un centro di detenzione nel sud della Libia, accusate per essere entrate illegalmente nel Paese. Che della loro sorte si stiano occupando tanti europei, e addirittura quasi tutti i partiti politici italiani, sarebbe di per sé una buona notizia (oltre che una sorpresa).

Quel che però dovrebbe far riflettere è che praticamente nessuna forza politica italiana, forse perché troppo impegnata ad attaccare o difendere le scelte dell'attuale esecutivo Berlusconi, abbia avanzato proposte concrete per uscire dallo stallo attuale, allo stesso tempo consentendo che vicende del genere non si ripetano più e permettendo che lo Stato italiano possa gestire in maniera il più possibile ordinata il fenomeno migratorio. Perché una cosa è certa: chiunque oggi riesca a dimostrare di avere cittadinanza eritrea, potrebbe ottenere lo status di rifugiato in un Paese occidentale. E lo stesso vale per decine di altri Paesi africani. E per altri Paesi al mondo. Considerati i numeri di cui stiamo trattando, una gestione del fenomeno - dicevamo - si impone. Su quali basi?

Pierluigi Bersani, segretario del Partito democratico, maggiore partito di opposizione al Governo, non lo dice. Oggi preferisce di parlare d'altro: "Dobbiamo avere una politica di integrazione e la prima è quella che costa meno: la
cittadinanza. Dall'autunno faremo partire una battaglia su questo". Al di là del discorso poco comprensibile sui "costi" delle diverse politiche di integrazione, non si capisce perché il Pd debba aspettare settembre per iniziare la sua battaglia e, soprattutto, è difficile comprendere cosa c'entri la cittadinanza con i 250 eritrei - che al massimo aspirerebbero, se arrivassero in Europa, allo status di "rifugiati" -.

Qualche idea, soprattutto a sinistra, potrebbe venire dal primo discorso di politica estera della nuova premier laburista australiana, Julia Gillard. (Domani, se riusciremo a mantenere un minimo di costanza da blogger che si possano definire tali, vedremo in dettaglio cosa ha proposto il capo del governo di uno dei maggiori paesi di immigrazione del mondo contemporaneo).

giovedì 17 giugno 2010

Anche l'America ha i suoi Cie

Che il più grande paese di immigrazione del mondo sviluppato, gli Stati Uniti, abbia un equivalente dei nostri Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione) forse dovrebbe far riflettere quanti ne chiedono l'abolizione tout court. Detto questo, Oltreoceano si sta pensando a come migliorare le condizioni di questi centri. Così scrive l'Huffington Post:
In an agreement U.S. immigration officials hope will begin to reshape the entire 30,000-bed detention system, some asylum-seekers and immigrants awaiting deportation proceedings could soon be held in facilities where they can wear their own clothes, participate in movie and bingo nights, eat continental breakfasts and celebrate holidays with visiting family members. [...] A 2009 review by The Associated Press of everyone in custody nationwide on a single night found that nearly three-fifths of detainees had no criminal convictions, even for minor offenses such as trespassing. Many are held only a few nights before being deported, while others – particularly those seeking asylum from persecution in their home countries – can stay in custody for months or years while their cases are decided by an overburdened immigration court system. [...]

domenica 13 giugno 2010

Oliviero Beha e il mito del buon selvaggio

Per qualche ragione ho appena finito di leggere un libro di Oliviero Beha, "Dopo il diluvio" (Chiarelettere, 2010). Niente "contro-informazione", come promettono prima pagina, occhielli vari, citazioni famose nel retro di copertina e via dicendo. Nel libro c'è molta fuffa e pochi meriti. La fuffa è nell'abuso di frasi di questo genere: "La catena si è spezzata. Spesso per i giovani è meglio non avere esempi se sono quelli che sappiamo e cominciare da capo, senza radici e senza bussola". Tra le pochissime informazioni presenti, e tra quelle rilevanti che poi si contano sulle dita di una mano, segnalo invece alcuni dati di una ricerca sull'analfabetismo e il tasso di istruzione italiano svolta dal linguista Tullio De Mauro.
E l'immigrazione, cosa c'entra? Poco, se non che alla fine del libro si legge in un paragrafo una chiara esposizione del "mito del buon selvaggio" applicato alla popolazione immigrata:
E il più importante fenomeno sociale, culturale, economico e politico che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno (Beha infatti gli dedica 2 (due) pagine su 234, ndb) e che forse per questo non 'vediamo' abbastanza e 'guardiamo' solamente, è di certo quello dell'immigrazione, specie quella extracomunitaria. Cambia l'Italia, in tutti i suoi aspetti, ci cambia di dentro e di fuori, noi post-italiani, con un'umanità assai più motivata e meno 'brulla' in quel terreno prepolitico di cui parlavo prima, più legata all'essenziale e meno strafatta dal superfluo come accade da tempo ormai a noi, un'umanità già 'politica' oggettivamente ma destinata a diventarlo sempre di più senza virgolette, politica nella vita di tutti i giorni, politica nelle urne anche con tutte le battaglie, i disagi, le campagne per diritti/doveri ancora da affrontare.
Una cosa vera, subito dopo, Beha però la dice:
E mentre la Lega fa il 'viso dell'armi' a qualcuno e profitta del voto di qualche altro sul territorio, mentre l'opposizione ciarla in libertà o poco più senza una autentica politica riconoscibile fuori dalle retoriche di posizione, la Chiesa si è da un pezzo organizzata.