mercoledì 29 settembre 2010

Italia, RIP?

Su Immigration Talk ho dato conto di un interessante articolo apparso nelle scorse settimane sul Wall Street Journal a firma Giulio Meotti. Ora Neodemos torna su quell'articolo, correggendo alcuni dei dati citati dal quotidiano americano alla luce delle ultime rivelazioni Istat. Il contribuito, a firma di Marco Marsili, è sicuramente da leggere. Ecco lo stato dell'arte più aggiornato sulla situazione italiana: 
[…] Meotti scrive che il numero medio di figli per donna in Italia sarebbe oggi pari a 1,3. Secondo le ultime stime Istat, esso risulta invece pari a 1,41 (anno 2009). Una differenza non di poco conto se si considera, inoltre, che l'indicatore è in crescita rispetto ai livelli della metà degli anni '90.
Si sostiene che 35 anni fa, quindi nel 1975, la popolazione residente di età 0-4 anni risultava pari al 9%: secondo i dati Istat era invece pari all'8%.
Si sostiene che oggi (ma non si dice in che momento preciso) la medesima popolazione rappresenti il 4,2% del totale. Secondo i dati Istat la popolazione di 0-4 anni risulta pari al 4,7% al 1.1.2009.
Si sostiene che il calo di popolazione sia concentrato soprattutto nel Centro-nord, ossia nella parte più ricca e industrializzata del Paese. Sta già accadendo e, verosimilmente accadrà in futuro, esattamente il "contrario" di tale affermazione. Il Centro-nord, pur se oggi caratterizzato da un maggior invecchiamento della popolazione rispetto al Mezzogiorno, non è affatto in declino numerico. Va ricordato che l'Italia ha superato la soglia dei 60 milioni di residenti lo scorso anno, grazie soprattutto all'immigrazione e, pertanto, grazie proprio alle regioni centro-settentrionali. Ma di tutto ciò, soprattutto per quel che riguarda la trasformazione dell’Italia in Paese di accoglienza e dell’importante prospettiva dei cosiddetti “nuovi italiani", nell’articolo non viene fatta menzione. […]
Per chi volesse, c'è anche un "piccolo vademecum" su giornalismo e demografia.

Taccuino / 1

  1. Leggendo gli ultimi dati sull'immigrazione australiana, si scopre che i nuovi arrivati possono essere persino attori della politica monetaria di un Paese (The Age, "Immigration plunges without politics", 29 settembre)
  2. L'ex primo ministro australiano John Howard a tutto campo: sui caratteri salienti dell'"anglosfera", l'integrazione degli immigrati, e la differenza tra "multiracialism" e "multiculturalism" (The Australian, "Free world must hold firm on cultural identity in battle against terrorism", 29 settembre)

    martedì 14 settembre 2010

    Taccuino (numero zero)

    Appunti che resteranno, forse, dalla lettura dei giornali. 
    1. Domenica, per la prima volta, in Svezia potrebbe essere eletto in Parlamento il rappresentante di un partito che si batte apertamente per ridurre il flusso di immigrati all'ingresso del paese scandinavo. Parola dell'International Herald Tribune ("Anti-immigrant party rises in Sweden", 13 settembre 2010). 
    2. Cosa si intende per "Grande Migrazione"? Isabel Wilkerson, giornalista già vincitrice del premio Pulitzer, nel suo ultimo libro ricorda che "tra 1915 e 1918 cinquecentomila neri lasciarono il Sud degli Stati Uniti; 1,3 milioni tra 1920 e 1930. [...] Negli anni Settanta, dopo che la battaglia per i diritti civili abrogò le leggi Jim Crow e la Grande Migrazione si interruppe, sei milioni di persone avevano lasciato la propria casa". Recensione sul New Yorker ("The Uprooted", 6 settembre 2010).
    3. 2010, fuga dalla Grecia (International Herald Tribune, "Young Greeks seek options elsewhere", 14 settembre 2010).

    venerdì 10 settembre 2010

    Se mi aiuti, emigro

    Il titolo - "Se mi aiuti, emigro" - l'ho ripreso alla lettera da un articolo apparso sul sito di economisti Lavoce.info. Un titolo efficace, messo in cima a un articolo piuttosto documentato di Filippo Belloc e Antonio Nicita. La tesi di fondo non è nuovissima, almeno per chi studia da tempo gli spostamenti di popolazione, ma è sempre bene ricordarla. I forti investimenti nei Paesi in via di sviluppo sono infatti visti quasi universalmente (e aggiungerei, correttamente) come l'unica strategia che possa in qualche modo contenere gli spostamenti coatti di persone attraverso i confini. Quello che spesso non si dice, però, è che questi stessi aiuti allo sviluppo, soprattutto nel breve periodo, possono ottenere il risultato opposto: più l'Europa investe nel continente africano, per dirla brevemente, più gli Africani decideranno di varcare il Mediterraneo per stabilirsi nel Vecchio continente. Non ci credete? Ecco le due motivazioni principali di questo apparente paradosso:  
    La prima si riferisce alla circostanza che anche i migranti rispondono agli incentivi. In un contesto di estrema povertà, un piccolo aumento dei redditi individuali generato dagli aiuti può non esser sufficiente a garantire permanentemente uno standard di vita sostenibile per la propria famiglia. Al contrario, quel piccolo aumento di reddito può generare (poche) risorse sufficienti per emigrare, affrontando così i costi di spostamento per trovare una fonte di reddito in Europa, finanziando poi la famiglia con un flusso di rimesse. Ciò è ancor più vero per coloro che fuggono da regioni infestate dalla guerra. Un dato peraltro confermato dal fatto che i paesi con maggiori flussi migratori non sono i più poveri in assoluto, ma quelli che, proprio grazie agli aiuti, vedono migliorare il reddito pro-capite. La seconda ragione è più complessa e si riferisce alla natura multidimensionale dei fenomeni migratori. Secondo diversi autori, la scelta di emigrare sarebbe sempre più guidata dalla percezione della povertà relativa, piuttosto che dalla povertà assoluta. Gli aiuti internazionali associati a programmi di sviluppo delle telecomunicazioni, delle reti commerciali internazionali e delle opportunità di lavoro all’estero, tenderebbero ad amplificare l’attrattività della vita nei paesi sviluppati, specie in quelli caratterizzati da minori livelli di diseguaglianza e disoccupazione, nei quali la domanda di immigrati serve a coprire mestieri altrimenti scoperti.
    Ciò ovviamente non vuol dire che gli aiuti vadano eliminati. Piuttosto:
    Il ruolo della politica internazionale deve allora essere rilanciato e gli aiuti internazionali amministrati con estrema cautela e controllo. Le relazioni economiche bilaterali lungo le quali corrono importanti flussi di aiuti economici privilegiano risultati di breve periodo (come partenariati commerciali e commesse per le proprie imprese), ma nascondono inattesi effetti indiretti. Ecco perché una politica unitaria europea, ad esempio, che si ponga responsabilmente al centro delle politiche migratorie e di aiuto internazionale, sarebbe cruciale e vincente sotto molti punti di vista.

    giovedì 9 settembre 2010

    Controintuizioni sull'ostilità dell'opinione pubblica verso gli immigrati

    Una delle teorie che più mi ha colpito studiando il caso australiano, è quella che discende dallo studio - da parte di analisti come Katharine Betts - delle serie storiche dei sondaggi nell'opinione pubblica: una politica "ferma" sull'immigrazione - o apparentemente restrittiva - va spesso a braccetto con un tasso inferiore di ostilità degli autoctoni nei confronti degli immigrati.

    L'ultimo sondaggio in materia, pubblicato dal Financial Times, sembra grossomodo avallare questa osservazione. "Più di 6 Inglesi su 10 - scriveva lo scorso 6 settembre il quotidiano della City - ritengono che l'immigrazione nel Regno Unito stia diminuendo la qualità della vita. Il che suggerisce, secondo l'analisi demoscopica realizzata, che gli inglesi siano più ostili nei confronti degli immigrati di quanto non siano le persone di Francia, Germania, Spagna o Italia". Qual è lo Stato che segue subito dopo in quanto a tasso di "ostilità" nei confronti dei nuovi arrivati? La tollerantissima e socialisteggiante Spagna. A Madrid la disoccupazione è attorno al 20 per cento, e forse qualche legame con l'attuale atteggiamento dell'opinione pubblica nei confronti degli immigrati c'è.

    Sorpresa: Italia e Francia, nelle ultime settimane al centro delle polemiche della carta stampata per alcune loro scelte in materia di immigrazione - definite eccessivamente restrittive, per usare un eufemismo - risultano meno ostili di altri Stati europei. La fermezza, forse, è l'anticamera della ragionevolezza?

    mercoledì 8 settembre 2010

    I numeri del declino demografico italiano

    Sul Wall Street Journal di ieri, martedì 7 settembre, Giulio Meotti, giornalista del quotidiano italiano il Foglio, passa in rassegna alcuni utili dati sulle tendenze demografiche in Italia:
    [...] The number of births has been outpaced by the number of deaths every year since 1994. This Catholic country that has always been stereotyped as the land of big, close-knit families, has attained one of the world's lowest levels of fertility. In the 1960s, the overall fertility rate was two children per couple. We are now at what demographers call "lowest-low" fertility: 1.3 births per woman. James Vaupel, director of the Max Planck Institute for Demographic Research in Germany, estimates that if the current trend continues, Italy's population could drop to 10 million by the end of this century, one-sixth of today's population. [...] Italy is not alone in committing demographic suicide. There is not a single country in Europe where people are having enough children to replace themselves. But Italy is the first country in the world to experience what is known as "the crossing-over", where the number of people who are over 60 exceeds the number of those who are under 20.

    martedì 7 settembre 2010

    Le ragioni del Colonnello Gheddafi

    Chi scrive non ha in simpatia il dittatore libico, Muammar Gheddafi, che anche quando chiude "buoni" affari con l'Italia, resta un autocrate spietato dal passato truculento e dal presente poco conosciuto. Eppure Mario Deaglio, sulla Stampa, fa bene a prendere sul serio alcune delle parole di Gheddafi, in particolare quelle in materia di immigrazione.

    Ecco cosa ha scritto tra l'altro Deaglio sulla Stampa del 1 settembre:
    [...] E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione. Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa "nera", ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano "nero" per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani "neri" per ogni europeo saranno quasi due.

    La popolazione africana "nera" cresce infatti di oltre 20 milioni l’anno e per conseguenza raggiungerà il miliardo nel 2017, nel 2020 sarà attorno a un miliardo e 80 milioni, nel 2030, in un’ipotesi media di crescita, circa 1.300 milioni. La popolazione europea rimarrà stazionaria fino al 2020 e comincerà a perdere oltre un milione di persone l’anno dopo quella data. Queste cifre già lasciano supporre che la popolazione dell’Africa sub-sahariana sia, dal nostro punto di vista, incredibilmente giovane, e le cose stanno effettivamente così: circa il 60 per cento degli africani "neri" ha meno di 25 anni mentre appena l’8 per cento ne ha più di 65; in Europa i dati corrispondenti sono pari a circa la metà per i giovani - che sono quindi il 30 per cento del totale - e circa il doppio per gli anziani, pari al 16 per cento del totale. Questo divario è destinato a peggiorare in maniera abbastanza sensibile nei prossimi due o tre quinquenni. [...]
    Una dinamica demografica di questo tipo non può che riflettersi sui flussi migratori:
    [...] In confronto a noi gli africani "neri" sono mediamente poverissimi, vivono in una realtà in cui spesso è presente la guerra, sono assillati dall’Aids, in buona parte soffrono la fame, hanno un reddito per abitante (per quello che può valere questa misura) stimato attorno agli 800 - 1500 dollari contro i 30-40 mila dollari degli europei. Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso. [...]
    Ergo, se si intende essere un minimo realisti (e responsabili):
    [...] Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa. L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. [...]

    martedì 6 luglio 2010

    La Libia, gli eritrei e la politica italiana

    250 persone di nazionalità eritrea sarebbero al momento rinchiuse in un centro di detenzione nel sud della Libia, accusate per essere entrate illegalmente nel Paese. Che della loro sorte si stiano occupando tanti europei, e addirittura quasi tutti i partiti politici italiani, sarebbe di per sé una buona notizia (oltre che una sorpresa).

    Quel che però dovrebbe far riflettere è che praticamente nessuna forza politica italiana, forse perché troppo impegnata ad attaccare o difendere le scelte dell'attuale esecutivo Berlusconi, abbia avanzato proposte concrete per uscire dallo stallo attuale, allo stesso tempo consentendo che vicende del genere non si ripetano più e permettendo che lo Stato italiano possa gestire in maniera il più possibile ordinata il fenomeno migratorio. Perché una cosa è certa: chiunque oggi riesca a dimostrare di avere cittadinanza eritrea, potrebbe ottenere lo status di rifugiato in un Paese occidentale. E lo stesso vale per decine di altri Paesi africani. E per altri Paesi al mondo. Considerati i numeri di cui stiamo trattando, una gestione del fenomeno - dicevamo - si impone. Su quali basi?

    Pierluigi Bersani, segretario del Partito democratico, maggiore partito di opposizione al Governo, non lo dice. Oggi preferisce di parlare d'altro: "Dobbiamo avere una politica di integrazione e la prima è quella che costa meno: la
    cittadinanza. Dall'autunno faremo partire una battaglia su questo". Al di là del discorso poco comprensibile sui "costi" delle diverse politiche di integrazione, non si capisce perché il Pd debba aspettare settembre per iniziare la sua battaglia e, soprattutto, è difficile comprendere cosa c'entri la cittadinanza con i 250 eritrei - che al massimo aspirerebbero, se arrivassero in Europa, allo status di "rifugiati" -.

    Qualche idea, soprattutto a sinistra, potrebbe venire dal primo discorso di politica estera della nuova premier laburista australiana, Julia Gillard. (Domani, se riusciremo a mantenere un minimo di costanza da blogger che si possano definire tali, vedremo in dettaglio cosa ha proposto il capo del governo di uno dei maggiori paesi di immigrazione del mondo contemporaneo).

    giovedì 17 giugno 2010

    Anche l'America ha i suoi Cie

    Che il più grande paese di immigrazione del mondo sviluppato, gli Stati Uniti, abbia un equivalente dei nostri Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione) forse dovrebbe far riflettere quanti ne chiedono l'abolizione tout court. Detto questo, Oltreoceano si sta pensando a come migliorare le condizioni di questi centri. Così scrive l'Huffington Post:
    In an agreement U.S. immigration officials hope will begin to reshape the entire 30,000-bed detention system, some asylum-seekers and immigrants awaiting deportation proceedings could soon be held in facilities where they can wear their own clothes, participate in movie and bingo nights, eat continental breakfasts and celebrate holidays with visiting family members. [...] A 2009 review by The Associated Press of everyone in custody nationwide on a single night found that nearly three-fifths of detainees had no criminal convictions, even for minor offenses such as trespassing. Many are held only a few nights before being deported, while others – particularly those seeking asylum from persecution in their home countries – can stay in custody for months or years while their cases are decided by an overburdened immigration court system. [...]

    domenica 13 giugno 2010

    Oliviero Beha e il mito del buon selvaggio

    Per qualche ragione ho appena finito di leggere un libro di Oliviero Beha, "Dopo il diluvio" (Chiarelettere, 2010). Niente "contro-informazione", come promettono prima pagina, occhielli vari, citazioni famose nel retro di copertina e via dicendo. Nel libro c'è molta fuffa e pochi meriti. La fuffa è nell'abuso di frasi di questo genere: "La catena si è spezzata. Spesso per i giovani è meglio non avere esempi se sono quelli che sappiamo e cominciare da capo, senza radici e senza bussola". Tra le pochissime informazioni presenti, e tra quelle rilevanti che poi si contano sulle dita di una mano, segnalo invece alcuni dati di una ricerca sull'analfabetismo e il tasso di istruzione italiano svolta dal linguista Tullio De Mauro.
    E l'immigrazione, cosa c'entra? Poco, se non che alla fine del libro si legge in un paragrafo una chiara esposizione del "mito del buon selvaggio" applicato alla popolazione immigrata:
    E il più importante fenomeno sociale, culturale, economico e politico che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno (Beha infatti gli dedica 2 (due) pagine su 234, ndb) e che forse per questo non 'vediamo' abbastanza e 'guardiamo' solamente, è di certo quello dell'immigrazione, specie quella extracomunitaria. Cambia l'Italia, in tutti i suoi aspetti, ci cambia di dentro e di fuori, noi post-italiani, con un'umanità assai più motivata e meno 'brulla' in quel terreno prepolitico di cui parlavo prima, più legata all'essenziale e meno strafatta dal superfluo come accade da tempo ormai a noi, un'umanità già 'politica' oggettivamente ma destinata a diventarlo sempre di più senza virgolette, politica nella vita di tutti i giorni, politica nelle urne anche con tutte le battaglie, i disagi, le campagne per diritti/doveri ancora da affrontare.
    Una cosa vera, subito dopo, Beha però la dice:
    E mentre la Lega fa il 'viso dell'armi' a qualcuno e profitta del voto di qualche altro sul territorio, mentre l'opposizione ciarla in libertà o poco più senza una autentica politica riconoscibile fuori dalle retoriche di posizione, la Chiesa si è da un pezzo organizzata.

    mercoledì 9 giugno 2010

    Ecco chi vince in Olanda

    Domani si vedrà chi ha vinto le elezioni olandesi. Intanto ecco i punti cardinali del programma di austerity fiscale proposto dal partito favorito, il People's Party for Freedom and Democracy (VVD).
    * 20 billion euros in cuts through 2015
    * A further 10 billion euros in cuts through 2019
    * 25 percent fewer politicians, 50 percent fewer ministers
    * Cut development aid, EU contributions in half
    * No benefits for immigrants in their first 10 years

    Svolta nel Regno Unito? Troppo presto per dirlo, ma c'è un segnale

    Alle recenti elezioni inglesi, secondo gli analisti, i Laburisti avrebbero perso un bel po' di voti sul tema dell'immigrazione. A dimostrarlo, indirettamente, ci sono i nuovi toni che ora la sinistra inglese utilizza sul tema. Ma gli Inglesi, per cosa hanno votato? Il fatto che al governo ci sia una coalizione (tra Tories e LibDem), potrebbe rendere il tutto un po' meno chiaro. Ma intanto, ecco una prima misura presa dall'esecutivo di David Cameron.

    Secondo quanto riportato dalla Reuters, d'ora in poi gli immigrati extra-comunitari che sposano cittadini inglesi e si trasferiscono nel Regno, devono sostenere obbligatoriamente un test di lingua inglese per ottenere un visto. La stessa regola vale anche per le coppie non sposate. Theresa May, Home Secretary del governo Cameron, ha spiegato che parlare inglese è un pre-requisito necessario a chiunque voglia vivere nel Paese: "Il nuovo requisito per i partner contribuirà a promuovere l'integrazione, a rimuovere le barriere culturali e a proteggere i servizi pubblici".

    Interessante notare, infine, come una misura del genere fosse stata già decisa dal Labour, che però aveva previsto sarebbe entrara in vigore nel 2011. Cameron ha deciso di accelerare, annunciando - per bocca di Theresa May - che questa di oggi è soltanto la prima di un più vasto insieme di misure tese ad "assicurare che l'immigrazione sia gestita propriamente e a beneficio del Regno Unito.

    Sull'immigrazione i Laburisti inglesi ci ripensano?

    La battaglia per la successione a Gordon Brown alla guida del Partito Laburista inglese è entrata nel vivo. E ora i maggiori candidati tornano a parlare di immigrazione, dopo che la campagna elettorale per le elezioni nazionali, sul tema, era stata contrassegnata per la sinistra soprattutto da una grave gaffe del primo ministro uscente.
    I toni usati sono molto innovativi. Peccato che praticamente smentiscano un decennio di politiche laburiste, come sottolinea anche Harriet Sergeant - con una certa ruvidità - in questo articolo sul Daily Mail.

    Update: Qui potete leggere integralmente l'articolo del candidato alla leadership laburista Ed Balls, apparso domenica sul Guardian.

    lunedì 7 giugno 2010

    L'Italia sempre più multietnica

    L'Istat ha pubblicato oggi il bilancio demografico per il 2009. Dal quale risulta, come hanno titolato le maggiori agenzie di stampa, che "l'Italia è sempre più un paese multietnico". Colgo l'occasione per fare il punto su alcuni dati.
    Innanzitutto la quota di stranieri residenti nel nostro Paese, secondo l'Istat, è pari al 7 per cento della popolazione totale (60.340.328 persone al 31 dicembre 2009). Nel 2008 gli stranieri erano invece 6,5 ogni 100 residenti.

    L'Istat nota inoltre come la nostra popolazione cresca solo grazie al contributo degli immigrati. (Sia detto per inciso, è da capire - e non da dare per scontato - se questo costituisca un beneficio o meno. Alcuni ritengono lo sia in termini di equilibrio dei conti pubblici e in prospettiva della sostenibilità del nostro sistema pensionistico; altri potrebbero oppore l'argomento che i servizi sociali risultano "sovraccaricati", come pure l'ambiente urbano e naturale. Ma, ripeto, tutto questo è da approfondire). Quel che conta rilevare è che se i bambini stranieri nati vivi nel 1995 erano 9mila (1,7 per cento del totale), oggi sono 77mila (13,6 per cento del totale).


    Quanto alla distribuzione sul territorio, la presenza straniera è concentrata soprattutto al Centro-Nord (9,8 per cento nel Nord-est; 9,3 per cento nel Nord-ovest e 9,0 per cento al Centro), mentre nel Mezzogiorno la quota di stranieri residenti è solo del 2,7 per cento.

    Per quanto riguarda la composizione etnica della popolazione immigrata, l'Istat non fornisce dati disaggregati, e quindi occorre rifarsi ai numero del rapporto Caritas/Migrantes: prevale la provenienza europea (53,6 per cento), seguono africani (22,4 per cento), asiatici (15,8 per cento) e americani (8,1 per cento). Per avere qualche idea in termini assoluti: le prime cinque comunità superano la metà dell'intera presenza straniera: 800mila romeni, 440mila albanesi, 400mila marocchini, 170mila cinesi e 150mila ucraini.

    domenica 6 giugno 2010

    I numeri di Obama

    Sono cifre e fatti che dovremo controllare. Intanto li riporto così come scritti da Ruben Navarrette Jr., columnist del San Diego Union-Tribune.
    The Obama administration deported more illegal immigrants last year than the Bush administration did in its final year in office. There are 20,000 Border Patrol agents, more than any other federal law enforcement agency. The Border Patrol budget was $3 billion last year and it has increased almost tenfold since 1992. Not exactly an "open border" policy.

    Sognare per legge: il Dream Act

    Ancora sull'Arizona, visto che la legge sull'immigrazione approvata da questo Stato americano sta offrendo molti spunti di dibattito sul tema dell'immigrazione negli Stati Uniti. In particolare, segnalo un articolo di Marjorie Valbrun apparso oggi sul Washington Post ("Amid Arizona immigration protests, a new generation dreams of the Dream Act"). Valbrun è una giornalista, ma anche una dirigente di America's Voice, un'advocacy group sull'immigrazione con base nella capitale americana. Interessante l'intervento per il fatto che descrive un nuovo gruppo di oppositori della legge restrittiva approvata in Arizona, quello formato da giovani laureati ancora clandestini, arrivati da minorenni nel Paese insieme ai genitori. Sarebbero 1,5 milioni su un totale di 11 milioni di clandestini americani, e chiedono una legge ad hoc per loro: il "Dream Act".
    [...] Like the rest of the crowd, they came to protest Arizona's controversial new immigration enforcement law, but they also sought recognition of a long-sought goal -- passage of the Dream Act, federal legislation that would provide a path toward legal status for people like them, undocumented immigrants who were brought to this country as children by their parents.

    [...] It's something their parents, for the most part, would never thinkof doing. But as this group of mostly 20-somethings sees it, they are American in every way -- except on paper. They have lived in the United States for at least 10 years. They speak perfect English and attended grade schools and universities here. They have American friends, American lifestyles and typical American sensibilities. And what's more American than speaking out?

    [...] They support comprehensive reform that would provide a path to legalization for the estimated 11 million undocumented immigrants living in this country, but they want separate legislation -- "a down payment" for the roughly 1.5 million people who would be eligible for the Dream Act -- passed in the interim.


    [...] The legislation has languished in Congress for nearly a decade, despite lobbying by the students and immigrant advocacy organizations. If passed, it would permit certain undocumented students to become permanent legal residents if they came to this country before age 16 and attend college or enlist in the military.

    martedì 1 giugno 2010

    La legge dell'Arizona e le argomentazioni pro-legalizzazione

    Della stretta legislativa sull'immigrazione in Arizona abbiamo già detto, come pure delle manifestazioni e di alcune delle motivazioni in campo. Steve Chapman, su RealClearPolitics, si schiera contro la legge dell'Arizona facendo ricorso alle argomentazioni di un think tank libertario, il Cato Institute:
    "Un tranquillo ventiquattrenne del Messico o dell'America centrale, con la voglia di lavorare e che sia venuto a sapere di un lavoro per il quale negli Stati Uniti nessun cittadino si rende disponibile, non ha alcun mezzo legale di entrare negli Stati Uniti", scrive Daniel Griswold, analista del libertario Cato Institute. Gli stranieri in possesso di qualifiche che sono richieste (in-demand skills), come gli informatici, potrebbero ottenere un visto di lavoro. Anche i parenti prossimi di immigrati legali possono essere ammessi, anche se spesso devono attendere anni. Ma se non rientri in una di queste categorie, beh, come si dice 'fugheddaboutit' in Spagnolo?
    Eppure dev'essere possibile scegliere di governare l'immigrazione senza adeguarsi per forza alla legge della domanda e dell'offerta. Cosa rispondere dunque a chi ritiene insostenibile un certo numero 'x' di immigrati? Chapman ha una risposta anche per loro:
    Xenophobes might fear that expanding legal immigration would produce a big jump in the foreign-born population. That's unlikely, because in this realm, the paradoxical often prevails. Trying to lock down the border has not stanched the flow of unauthorized newcomers from the south, but it has made the trip much more dangerous and expensive. So illegal foreigners who once came and left now come and stay. Thirty years ago, nearly half of undocumented arrivals departed within a year. Today, only one in 14 does. If most of the 12 million illegal immigrants were to gain authorized status, many would feel free to return to their native countries, and some would remain there. Permitting more legal immigrants, oddly, could reduce the number of total immigrants. If there is any lesson from recent experience, it's that foreigners are going to come here one way or another. The best option is to admit far more of them through wider legal channels.

    lunedì 31 maggio 2010

    Immigrazione: meglio temporanea ma con più diritti

    Dall'International Labour Organization (Ilo), e in particolare da una sua consulente italiana, viene una proposta non scontata - o quantomeno non già sentita - per la gestione dei flussi migratori ai tempi della crisi. Questa mattina infatti, a Torino, si è tenuto un convegno organizzato dall'Ilo, agenzia dell'Onu con sede nel capoluogo torinese; titolo: "Migrazioni internazionali di manodopera, una prospettiva per il dopo crisi".

    Cosa c'entra la crisi? Sicuramente la recessione ha avuto un impatto sul mondo di lavoro tout court: in tre anni il numero di disoccupati è cresciuto da 29 a 59 milioni di persone, imponendo - o meglio, suggerendo - un ripensamento delle politiche che regolano la vita di 200 milioni di immigrati in tutto il pianeta.

    E qui veniamo alla proposta, avanzata da Alessandra Venturini, consulente dell'Ilo e docente all'università di Torino. Secondo quanto riportato dall'Ansa, la Venturini avrebbe sostenuto che le politiche migratorie dovrebbero poggiare su tre pilastri: "Garantire piena integrazione dei migranti che sono già nei paesi 'ricchi' e ci resteranno, favorire l'immigrazione temporanea legata all'offerta di lavoro, rendere i criteri più selettivi cercando quelle professionalità di cui il mercato ha bisogno".

    domenica 30 maggio 2010

    La politica estera dell'immigrazione

    C'è almeno un settore delle politiche dell'immigrazione che rischia troppo spesso di rimanere nell'ombra: si tratta della formazione e della stipula di tutta una serie di accordi tra i Paesi d'origine e i Paesi di destinazione dei flussi migratori. E' un aspetto importante del tentativo di governare in maniera non soltanto emergenziale il fenomeno. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, si è espresso anche sabato sul tema (vedi sotto). Sarebbe interessante tracciare una "mappatura" di questa sorta di politica estera parallela del nostro Paese.

    IMMIGRATI: MARONI, ACCORDI PER PREVENZIONE PIU' IMPORTANTI CHE PATTUGLIAMENTO = Varese, 29 mag. - (Adnkronos) - "Gli accordi con i paesi di origine e di transito dell'immigrazione sono piu' importanti del pattugliamento". E' questa l'opinione del ministro dell'Interno Roberto Maroni che a Varese ha presentato alla stampa l'esito del G6 dei ministri dell'Interno europei a cui hanno presenziato anche rappresentanti degli Stati Uniti e dell'Unione europea. "L'Italia ha sviluppato in questi due anni un'azione importante di accordi con i paesi del Magreb e del Sud-Sahara e pensiamo adesso che questo lavoro debba essere fatto dalla Commissione europea per garantire una omogeneita' tra i paesi. L'accordo con la Libia -sottolinea Maroni- ha dato grandi risultati e puo' essere preso come esempio per accordi bilaterali promossi dall'Unione europea".

    Il ministro torna poi a chiedere un rafforzamento dell'Agenzia Frontex "che non svolga più soltanto il ruolo di coordinamento delle politiche per fronteggiare l'immigrazione clandestina ma abbia la responsabilità diretta del controllo dei confini, della gestione dei Centri di accoglienza e dei rimpatri. Su questo c'è l' accordo del commissario europeo agli affari Interni ma è necessario un accordo comune di tutti i Paesi europei".

    Maroni, infine, ribadisce la necessita' di un accordo tra la Cina e l'Unione europea per definire le politiche di immigrazione dal paese asiatico al nostro continente.

    Stretta sull'immigrazione in Arizona

    Ieri a Phoenix, Arizona, è stata giornata di manifestazioni contrapposte sull'immigrazione. Da una parte gli oppositori, dall'altra i sostenitori di una nuova legge statale che impone una stretta sull'immigrazione clandestina. Cosa prevede la legge? Il New York Times la sintetizza così: "It would allow the police to check the immigration status of people they suspect are illegal immigrants when they have been stopped for another reason. It also makes it a state crime, not just a federal one, to not carry immigration papers". Se i ricorsi presentati dagli oppositori non avessero successo, la nuova norma entrerà in vigore dal prossimo 29 luglio.

    Due brevi notazioni sulle manifestazioni. Primo, tanto tra i favorevoli quanto tra i contrari - scrive la giornalista del NYT Randal Archibold - c'è stato largo uso di bandiere a stelle e strisce. Secondo, tra i promotori dell'appuntamento a favore della stretta sull'immigrazione ci sarebbero i Tea Party locali. "Lo facciamo per contrastare qualsiasi boicottaggio contro il libero mercato", spiega Tina Loudon, appartenente ai Tea Party di St. Louis: "L'Arizona ha un diritto sovrano ad applicare le proprie leggi sull'immigrazione".